Il sindaco Lepore anche oggi ha detto che la scuola deve includere. Sono d’accordo. Ma includere significa mettere ogni ragazzo nelle condizioni di esprimersi, di capire la lingua in cui si svolgono le lezioni, di costruire relazioni significative e di partecipare pienamente alla vita della classe.
Avere studenti che parlano lingue straniere è una ricchezza, ma perché la scuola diventi per loro veramente un ascensore sociale e un’occasione di relazioni positive devono avere la possibilità di acquisire una padronanza alta della lingua del Paese in cui vivono.
Cercare una composizione più equilibrata delle classi non significa emarginare i bambini stranieri, ma prendersi cura di loro. Evitare che nelle classi ci siano concentrazioni di alunni che non sanno l’italiano (non si sta parlando di alunni che non sono nati in Italia, ma di alunni che non sanno la nostra lingua) ha lo scopo di creare condizioni migliori perché siano facilitati nell’imparare e nell’integrarsi davvero.
Per questo prendo sul serio lo striscione “Qui nessuno è straniero”, esposto fuori da alcuni istituti di Bologna. È proprio l’obiettivo a cui dobbiamo tendere. Ma perché nessuno sia veramente straniero occorre un’integrazione vera, non di facciata: bisogna mettere ogni bambino nelle condizioni di conoscere la lingua italiana, di imparare, di entrare in relazione con gli altri e di non rimanere indietro. Per questo considero sbagliato parlare di emarginazione o discriminazione di fronte a una misura che prova ad affrontare un problema didattico reale.
Partiamo dalla realtà, non dagli slogan. I dati INVALSI ci aiutano a capire perché la questione non può essere liquidata con argomentazioni ideologiche. Mediamente, gli studenti di origine straniera, compresi quelli di seconda generazione, presentano ancora un divario negli apprendimenti rispetto ai coetanei italiani, soprattutto in Italiano e, in misura diversa, in Matematica. I dati INVALSI 2026 delle prove di Italiano mostrano che già in seconda elementare, a parità di contesto socioeconomico, lo scarto rispetto agli studenti italiani è di 19,1 punti per gli alunni stranieri di prima generazione e di 14,6 punti per quelli di seconda generazione. Alla fine della primaria la distanza per le seconde generazioni diminuisce, ma non scompare; in terza media torna a essere significativa: circa 22,9 punti per la prima generazione e 13,6 per la seconda. Nel corso delle superiori il divario tende poi progressivamente a ridursi.
È importante non semplificare questi numeri. Le rilevazioni INVALSI mostrano infatti che in inglese, in particolare nell’ascolto, gli studenti di origine straniera raggiungono spesso risultati persino superiori a quelli dei coetanei italiani. Il problema non è dunque una minore capacità di apprendere. Il nodo fondamentale è la padronanza della lingua italiana, attraverso la quale vengono trasmessi contenuti sempre più complessi in tutte le materie.
Un bambino madrelingua continua a essere esposto all’italiano anche quando esce da scuola: parla con i genitori, ascolta conversazioni, incontra amici e parenti. Per molti bambini provenienti da famiglie immigrate, invece, a casa si parla giustamente la lingua d’origine e la scuola diventa quindi il luogo decisivo nel quale incontrare, utilizzare e padroneggiare l’italiano.
Se in una classe si concentra un numero molto elevato di ragazzi che ancora non possiedono gli strumenti linguistici necessari, diventa più difficile per gli insegnanti accompagnare ciascuno secondo i propri bisogni e diminuiscono anche le occasioni quotidiane nelle quali quei ragazzi possono parlare italiano con coetanei che lo padroneggiano.
Ricordo, peraltro, che la soglia del 30% non nasce oggi: era già stata prevista dalla circolare ministeriale n. 2 del 2010, anche se erano ammesse deroghe, molto frequenti. In Emilia-Romagna, nell’anno scolastico 2024/25, 5.084 sezioni e classi su 24.691 erano autorizzate a superare la soglia del 30%: il 20,6%, più di una su cinque. Nella Città metropolitana di Bologna erano 880 su 5.205, il 16,9%. Sono dati che non ci dicono quante classi saranno interessate dalle nuove regole, che hanno criteri diversi, ma mostrano quanto il tema della concentrazione sia concreto nel nostro territorio.
La proposta di Valditara interviene con criteri differenti, in modo più mirato. Dal 2027/28 le classi prime dovranno essere formate in modo da assicurarne un’equilibrata composizione. Alle elementari il limite del 30% riguarderà gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori interesserà quelli che non hanno frequentato con esito positivo il sistema nazionale di istruzione per almeno tre anni. Se le iscrizioni non consentiranno di rispettare il limite, gli Uffici scolastici territoriali dovranno adottare misure per un’equilibrata distribuzione tra scuole limitrofe, rispettando la prossimità al domicilio. Saranno previste, infine, risorse per attività extracurricolari di potenziamento delle competenze di base nella lingua italiana.