Il sindaco Lepore ha liquidato come “chiacchiere” la proposta annunciata dal Governo di rendere effettivo un limite alla concentrazione degli studenti stranieri nelle classi. È invece doveroso prestare attenzione a come sono composte le classi e riflettere su quali siano le condizioni migliori per realizzare una vera integrazione.
Peraltro, il 30% non è un tetto inventato da Giorgia Meloni. È già previsto dalla circolare ministeriale n. 2 del 2010, secondo la quale gli alunni con cittadinanza non italiana non dovrebbero superare, di norma, il 30% degli iscritti in ciascuna classe, con possibilità di derogare tenendo conto della situazione territoriale e, soprattutto, delle effettive competenze linguistiche degli studenti. Il Governo, quindi, vuole rendere concretamente praticabile una regola che esiste da sedici anni.
È difficile sostenere che il problema non esista guardando proprio ai numeri del nostro territorio. Nell’anno scolastico 2024/25, nelle scuole statali dell’Emilia-Romagna, 5.084 classi e sezioni su 24.691 erano autorizzate in deroga alla soglia del 30%: il 20,6%, più di una su cinque. Nella Città metropolitana di Bologna erano 880 su 5.205, il 16,9% del totale: 126 sezioni dell’infanzia, 443 classi della primaria, 202 delle medie e 109 delle superiori.
Ma il dato medio racconta soltanto una parte della situazione. A Bologna la presenza degli studenti con cittadinanza non italiana non è distribuita nello stesso modo in tutte le zone e in tutte le scuole. Ci sono territori e istituti nei quali la concentrazione è molto più elevata e altri nei quali è decisamente inferiore. E differenze possono esserci anche tra plessi appartenenti allo stesso istituto comprensivo.
Bisogna guardare anche a come vengono formate le singole sezioni. Ritengo che i dirigenti scolastici debbano fare tutto ciò che è concretamente possibile per evitare che, laddove esistano alternative organizzative, vengano accentuate ulteriormente concentrazioni già presenti. Non possiamo parlare di integrazione e poi rassegnarci alla formazione di sezioni tra loro fortemente disomogenee.
La composizione delle classi conta. Chiedere che gli studenti con cittadinanza non italiana non vengano concentrati tutti nelle stesse classi o nelle stesse scuole non significa andare contro di loro. Per me significa esattamente il contrario: metterli nelle condizioni di essere seguiti meglio e costruire ambienti nei quali l’integrazione possa avvenire realmente, attraverso la quotidiana convivenza tra ragazzi con storie e provenienze differenti.
Il presidente dell’Associazione nazionale presidi Antonello Giannelli ha detto bene che la proposta del Governo sarebbe difficile da applicare nei quartieri dove la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata. Soprattutto nell’infanzia e nella primaria dove il criterio di vicinanza è in cima ai parametri per la formazione delle classi.
Ma proprio per questo serve un lavoro coordinato tra Uffici scolastici, dirigenti ed enti locali. E qui Lepore non può chiamarsi fuori. Ad esempio, le politiche abitative e urbanistiche dei Comuni e quelle regionali hanno conseguenze anche sulla scuola. Sindaci e Regione devono porsi il problema di evitare che si consolidino quartieri sempre più separati tra loro, perché forti concentrazioni residenziali finiscono inevitabilmente per riflettersi anche sui bacini scolastici.
Infine, credo che questa scelta debba essere accompagnata con risorse ad hoc per le scuole nelle quali è maggiore la presenza di studenti con cittadinanza non italiana. Su quelle occorre investire per favorire l’apprendimento della lingua italiana e sostenere concretamente il percorso di integrazione.