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Patto per il Lavoro, tante buone intenzioni e nessuna autocritica

29 Luglio

Dopo mesi di rinvii, è stato definito il testo del nuovo Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia Sociale, che verrà sottoscritto da sindacati e parti sociali a settembre. Nel documento si riconoscono finalmente molte delle difficoltà che famiglie, imprese e territori dell’Emilia-Romagna vivono da tempo: dalla crisi della manifattura alle liste d’attesa nella sanità, dalla difficoltà di accesso alla casa al calo delle nascite, fino al lavoro povero e all’aumento delle disuguaglianze.

Ma colpisce ciò che manca: una vera autocritica. Dopo cinquantasei anni di governo della Regione non c’è una sola riflessione su quali politiche non abbiano funzionato o su quali scelte debbano essere corrette. Le responsabilità di ciò che non funziona vengono sempre attribuite a fattori esterni e manca il coraggio di interrogarsi sul ruolo di chi amministra da sempre.

Il documento contiene obiettivi condivisibili, come il rafforzamento della sanità territoriale, il sostegno alla natalità, gli investimenti nella formazione, nella ricerca, nella digitalizzazione e nella competitività delle imprese. Tuttavia, nella maggior parte dei casi si tratta di enunciazioni di principio. Mancano prospettive concrete, con l’indicazione di tempi certi, priorità e un cronoprogramma che consenta ai cittadini di verificare il raggiungimento degli obiettivi.

Il Patto, per sua stessa natura, non introduce obblighi o vincoli giuridici tra la Regione e le parti sociali, ma svolge una funzione di indirizzo politico generale. Proprio perché non è un atto vincolante, la sua credibilità dipenderà esclusivamente dalla capacità di trasformare gli impegni dichiarati in provvedimenti, risorse e risultati verificabili. Senza questi elementi, il rischio è che il Patto rimanga un lungo elenco di buone intenzioni.

L’esperienza di quanto è accaduto nella scorsa legislatura con l’impegno assunto, all’interno del Patto per il Lavoro e per il Clima firmato nel 2020, sul tema della semplificazione burocratico-amministrativa lo dimostra. Erano state individuate 78 misure di semplificazione e, dopo sei anni, siamo ancora fermi a meno di una decina tradotte in risultati effettivi.

Un’ultima domanda: se per la nostra Regione i lavoratori sono così importanti, perché, pur dedicando ampio spazio alla partecipazione nelle imprese, non c’è alcun richiamo esplicito alla legge 76/2025 sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, approvata lo scorso anno sulla base di una proposta di iniziativa popolare promossa dalla CISL? Una norma importante che avrebbe meritato di essere valorizzata e assunta come riferimento concreto per gli impegni annunciati dalla Regione.

La credibilità delle istituzioni non si misura dalle promesse che sanno formulare, ma dalla capacità di riconoscere ciò che non ha funzionato e di dimostrare, con scelte concrete e risultati verificabili, come si intende cambiare. È questo che oggi si aspettano i cittadini dell’Emilia-Romagna.

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