Oggi si è svolta la Cerimonia per il Giudizio di parificazione del Rendiconto generale 2025 della Regione Emilia-Romagna. La sanità resta di gran lunga la voce più rilevante: il valore della produzione supera i 12,46 miliardi di euro, comprensivi di un saldo positivo di oltre 572 milioni derivante dalla mobilità sanitaria interregionale e internazionale, a fronte di costi per oltre 12,53 miliardi. Il Servizio sanitario regionale chiude con un disavanzo di quasi 118 milioni, con tutte le aziende sanitarie in perdita.
La Corte dei Conti chiede di ridurre gli sprechi senza diminuire i servizi essenziali, destinando anzi i risparmi al loro rafforzamento. Per farlo, tuttavia, servono bilanci leggibili per ospedale e per singola unità operativa. Solo conoscendo quali strutture funzionano e perché, è infatti possibile intervenire dove si concentrano le inefficienze. In assenza di queste informazioni, la razionalizzazione può avvenire solo tramite tagli lineari, che colpiscono indistintamente ospedali e reparti ben organizzati e quelli sui quali occorre intervenire.
È vero che il finanziamento nazionale non cresce quanto i costi, ma questo non può diventare l’alibi con cui la Regione evita di affrontare le proprie responsabilità. La Corte dei Conti parla chiaramente di una spesa non ottimizzata, di esternalizzazioni, consulenze e scelte organizzative che fanno aumentare i costi senza migliorare i servizi.
Una delle scelte organizzative richiamate dalla Corte riguarda il ricorso ai medici gettonisti, pagati anche oltre 100 euro all’ora, contro i circa 40 euro di un medico dipendente. Nel 2025 il personale dipendente è diminuito di 85 unità, mentre quello atipico è aumentato di 43.
Il presidente de Pascale ha affermato che dal 12 giugno 2026 non c’è più un medico gettonista in Emilia-Romagna. È una verità parziale finché la Regione non chiarisce quanti incarichi libero-professionali, contratti atipici e altre forme di lavoro esterno siano ancora utilizzati per garantire la continuità assistenziale, i CAU e le Case della comunità.
La Regione deve dimostrare di avere bandito i concorsi e attivato le procedure di mobilità prima di ricorrere a personale esterno. Se non fosse così, saremmo davanti a una precisa scelta organizzativa, più costosa per i cittadini e mortificante per chi lavora stabilmente nel servizio sanitario pubblico.
Se poi i concorsi ricevono meno candidature dei posti disponibili, la Regione deve capire perché certe posizioni non risultano attrattive. Occorre migliorare la qualità del lavoro e l’organizzazione dei servizi, valorizzando competenze e merito, anziché le appartenenze.
A fronte di questi costi e di queste criticità organizzative, neppure i tempi di accesso alle cure raggiungono gli obiettivi fissati. Per le prestazioni di primo accesso in classe D, da garantire entro 30 o 60 giorni, la Regione si ferma all’85%, contro un obiettivo del 90%, con le maggiori difficoltà nelle visite specialistiche. Per i ricoveri chirurgici programmati il risultato è del 76%, a fronte di un obiettivo dell’80%, mentre nella chirurgia generale lo scostamento medio raggiunge i 17 punti percentuali. I LEA risultano qualitativamente garantiti, ma per i cittadini il diritto alla cura comprende anche la possibilità di ricevere visite e interventi nei tempi previsti.
C’è infine un ulteriore elemento di preoccupazione nei conti regionali. Il Fondo crediti di dubbia esigibilità è salito a 646,35 milioni di euro, con un aumento di 84,29 milioni in un solo anno. Non significa che tutti questi crediti siano già inesigibili, ma che la loro riscossione è considerata dubbia o difficile e che, per prudenza, quelle risorse non possono essere utilizzate. La crescita costante del Fondo segnala un progressivo peggioramento della capacità della Regione di riscuotere i propri crediti. Anche su questo servono un’assunzione di responsabilità e un’azione più efficace.
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