Oggi il presidente De Pascale ha chiamato le Regioni, comprese quelle governate dal centrodestra, a una sorta di rivolta istituzionale nei confronti del Governo, chiedendo un fronte comune per aumentare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Ma prima di chiamare tutti alla mobilitazione, dovrebbe dimostrare che in Emilia-Romagna si sta facendo tutto il possibile per utilizzare al meglio le risorse già disponibili.
Nessuno nega che la sanità abbia bisogno di finanziamenti adeguati. Ma è bene ricordare che, con il Governo Meloni, il Fondo sanitario nazionale è passato dai circa 126 miliardi del 2022 ai 142,9 miliardi del 2026 e, con la nuova manovra, raggiungerà i 146,3 miliardi nel 2027, con un aumento complessivo di oltre 20 miliardi. Per fare un confronto, tra il 2013 e il 2018, in anni di governi di centrosinistra, il finanziamento era cresciuto complessivamente di 6,4 miliardi. La nuova manovra porterà il Fondo sanitario nazionale a 146,3 miliardi nel 2027, con un aumento di 3,4 miliardi rispetto al 2026, di cui uno già programmato e 2,4 di nuove risorse.
Le Regioni, indipendentemente dal colore politico, avevano chiesto circa 6,8 miliardi aggiuntivi rispetto alle risorse già previste per il 2027. È legittimo confrontarsi su questa richiesta, ma De Pascale sembra voler ricondurre tutte le difficoltà della sanità alla mancanza di finanziamenti statali.
Invece la questione dalla quale partire è un’altra: come vengono utilizzate le risorse? Con quali risultati? Con quale efficienza e appropriatezza vengono erogate le prestazioni? Non si tratta semplicemente di spendere meno, ma di spendere meglio, assicurando che ogni euro produca il massimo beneficio possibile per la salute dei cittadini.
È una domanda che pongo da mesi alla Giunta regionale, senza aver ancora ottenuto risposte soddisfacenti. In Emilia-Romagna conosciamo i bilanci autonomi delle quattro Aziende ospedaliero-universitarie e dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, mentre per gli ospedali che fanno capo alle AUSL disponiamo di bilanci aggregati, che non consentono di ricostruire il conto economico completo di ciascun stabilimento. Quando ho chiesto con un accesso agli atti i dati di quattro ospedali, mi sono stati forniti i costi, ma non i ricavi, i finanziamenti e il valore della produzione dei singoli stabilimenti. L’assessore Fabi in Aula, rispondendo a una mia interrogazione, aveva promesso maggiore trasparenza. È proprio da qui che bisogna partire, se vogliamo individuare le inefficienze, valorizzare ciò che funziona e capire dove intervenire.
C’è poi un’altra questione decisiva: l’attrattività delle professioni sanitarie. È un problema che denuncio da tempo e che oggi ha evidenziato anche Nino Cartabellotta di GIMBE. Non basta disporre di più risorse se non riusciamo a trattenere medici, infermieri e operatori sanitari, valorizzandone le competenze e migliorandone le condizioni di lavoro. Chiedere maggiore efficienza e produttività non significa pretendere ulteriori sacrifici da professionisti che già sostengono carichi enormi, ma organizzare meglio il loro lavoro.
Dobbiamo avere anche il coraggio di ripensare un modello sanitario che non può continuare a funzionare secondo logiche di cinquant’anni fa, come ha sottolineato l’assessore veneto Gino Gerosa. Dobbiamo investire maggiormente sulla prevenzione e misurare non soltanto quante prestazioni vengono erogate, ma quanto queste contribuiscano realmente a migliorare la salute dei cittadini.
De Pascale e Fabi chiedono al Governo di assumersi le proprie responsabilità. È giusto che esista un confronto serio tra Stato e Regioni, ma non può essere a senso unico. Anche chi governa l’Emilia-Romagna deve accettare di misurarsi sulla qualità dell’organizzazione, sulla trasparenza dei conti, sull’appropriatezza delle prestazioni e sui risultati ottenuti.
Una rivolta istituzionale non può diventare un alibi per evitare di fare i conti con le proprie responsabilità. Le risorse sono importanti, ma da sole non bastano a garantire una sanità migliore. E i cittadini hanno diritto di sapere non soltanto quanti miliardi vengono chiesti, ma soprattutto come vengono utilizzati quelli che già ci sono.