Due episodi di cronaca, accaduti a Bologna a poche ore di distanza, non possono passare inosservati.
Il primo riguarda l’educazione dei più piccoli. Ieri, il padre di due bimbe iscritte a un nido comunale ha denunciato pubblicamente alcune letture proposte per “gettare i primi semini” fin dall’infanzia, per trasmettere ai bambini l’idea che è giusto scegliere se diventare maschio o femmina, principe o principessa. Parliamo della fascia d’età 0-3. I nidi comunali in questione sono il Baiesi e il Lepido, e i libri menzionati sono “Piccolo Uovo” e “Nei Panni di Zaff”.
Ogni persona e ogni famiglia meritano rispetto. Ma chi decide quali contenuti proporre a bambini di uno, due o tre anni? È corretto farlo senza interpellare i genitori? Trovo particolarmente gravi le parole che il padre riferisce di aver ricevuto da una pedagogista, secondo la quale esisterebbe un preciso mandato politico-culturale da trasmettere ai bambini fin dall’infanzia, senza alternative per chi non lo condivide. Il Comune deve chiarire se questa sia davvero l’impostazione dei nidi bolognesi. Se fosse confermata, sarebbe gravissimo. Un nido pubblico dovrebbe costruire un’alleanza educativa con i genitori, non diventare il luogo in cui seminare la visione della maggioranza che governa la città.
Il padre ha annunciato che ritirerà le figlie e dovrà rivolgersi a una struttura privata. Chi non condivide certe scelte deve dunque rinunciare al servizio pubblico e pagare di tasca propria per avere un’alternativa?
Altrettanto preoccupante è quanto accaduto all’Accademia delle Scienze, dove il convegno Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti è stato annullato a ventiquattr’ore dall’inizio. Il coordinamento studentesco Link aveva annunciato una protesta denunciando l’assenza di contraddittorio. Il presidente dell’Accademia ha motivato la cancellazione proprio con la mancanza di posizioni differenti tra i relatori. Eppure, la giornalista Alessandra Arachi ha raccontato di aver cercato quel confronto, invitando anche esponenti di orientamento diverso, senza ottenere adesioni. Se chi sostiene una posizione differente rifiuta di partecipare, agli altri deve essere impedito di parlare? L’Accademia conosceva da tempo il programma: perché annullare alla vigilia? Protestare è un diritto, discutere anche. Un’istituzione scientifica dovrebbe promuovere il confronto sulle questioni controverse, non spegnerlo.
Qui parliamo della salute di bambini e adolescenti. La disforia di genere può provocare sofferenze profonde e richiede ascolto, valutazioni specialistiche, attenzione alle fragilità psicologiche e relazionali, coinvolgimento delle famiglie. Accogliere non significa confermare automaticamente un desiderio o un dubbio. Ho incontrato genitori che si sono sentiti soli davanti a scelte decisive per i loro figli. Anche a loro dobbiamo rispondere.
L’Inghilterra offre un importante termine di paragone. Dopo la revisione indipendente coordinata dalla pediatra Hilary Cass nel 2024, che ha evidenziato la debolezza delle prove scientifiche disponibili sui bloccanti della pubertà, il servizio sanitario inglese ha escluso questi farmaci dai trattamenti ordinariamente offerti ai minori con disforia di genere. Ha adottato un approccio più prudente anche alla transizione sociale in età prepuberale. Dal settembre 2026, inoltre, nuove indicazioni scolastiche chiedono di non presentare come fatti idee controverse sull’identità di genere, di rispettare l’età degli alunni e di consultare i genitori sui materiali utilizzati. La prudenza serve a proteggere i bambini, non ad abbandonarli.
Chiedo al Comune di Bologna di chiarire quali indirizzi educativi vengano seguiti nei nidi e in che modo le famiglie siano coinvolte nelle scelte che riguardano i propri figli. Alle istituzioni culturali chiedo di difendere il confronto anche con chi dissente.
Bologna non può dirsi aperta se l’apertura finisce dove iniziano le domande degli altri e i bambini diventano il terreno su cui “seminare” l’ideologia di una maggioranza.