Il 9° Rapporto GIMBE, presentato ieri, va letto per intero, senza fermarsi ai risultati sui quali il presidente De Pascale e l’assessore Fabi hanno costruito una lettura trionfalistica del servizio sanitario regionale, nonostante “il profondo definanziamento nazionale” e il rischio di un “collasso dell’intero sistema”.
Ci sono infatti numeri che mostrano criticità nell’organizzazione dei servizi sanitari e nella capacità di attrarre, trattenere e valorizzare il personale nella nostra Regione. Se il sistema continua a garantire livelli importanti di assistenza, molto lo dobbiamo alla professionalità, alla disponibilità e all’impegno quotidiano di medici, infermieri e di tutti gli operatori che vi lavorano. Ma non possiamo pensare che la tenuta del sistema poggi all’infinito sul loro sforzo. Ci sono crepe che rischiano di diventare talmente profonde da essere insanabili.
Se vogliamo davvero migliorare il nostro Servizio sanitario regionale dovremmo avere il coraggio di guardare ciò che non funziona, cominciando a fare quei cambiamenti che dipendono direttamente dalla Regione.
Il dato più preoccupante riguarda l’accesso concreto alle cure. In Emilia-Romagna le persone che dichiarano di aver rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno erano il 5,8% nel 2023 e sono diventate l’8,8% nel 2024: tre punti percentuali in più in un solo anno. Lo stesso GIMBE mette in guardia dal considerare sufficienti le classifiche sui Livelli essenziali di assistenza, perché non riescono a rappresentare pienamente tempi di attesa, agende chiuse, difficoltà di prenotazione, distanza dai servizi e rinuncia alle prestazioni. Una prestazione formalmente garantita deve poter essere prenotata e ottenuta nei tempi necessari.
C’è poi il problema dell’aumento delle dimissioni dei professionisti nel servizio pubblico. Il Rapporto GIMBE sottolinea, a livello nazionale, che nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri hanno superato i pensionamenti e richiama la necessità di rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel SSN. In Emilia-Romagna il dato diffuso da Anaao Assomed è particolarmente significativo: nel 2025, 304 medici ospedalieri si sono dimessi volontariamente, contro 182 pensionamenti. Significa che, per ogni 100 medici che hanno lasciato il servizio andando in pensione, 167 hanno scelto di dimettersi. La media nazionale è 131.
Non possiamo affrontare la carenza di personale soltanto contando quanti professionisti entrano: dobbiamo preoccuparci anche di quanti scelgono di andarsene e capire perché. Continuare a chiedere uno sforzo ulteriore a chi rimane, senza intervenire sulle condizioni di lavoro, rischia soltanto di aggravare il problema.
Servono ascolto del personale, meno burocrazia, maggiore autonomia e coinvolgimento nella gestione, obiettivi chiari, percorsi di crescita professionale e una maggiore attenzione alle condizioni di lavoro. La contrapposizione ideologica tra pubblico e privato aiuta poco: se alcune modalità organizzative risultano più attrattive, vale la pena capire quali elementi possano essere utilmente applicati anche nel servizio pubblico.
Rimane estremamente seria la situazione dei medici di medicina generale. GIMBE stima che al 1° gennaio 2025 in Emilia-Romagna ne manchino 502, la quarta carenza più elevata tra le Regioni italiane dopo Lombardia, Veneto e Campania. Ogni medico di famiglia nella nostra Regione ha mediamente 1.420 assistiti, sopra la media nazionale di 1.383.
Proprio per questo trovo ancora più incomprensibile la recente decisione della Regione di eliminare il compenso riconosciuto ai medici di medicina generale che volontariamente fanno da tutor agli studenti del sesto anno di Medicina durante il tirocinio obbligatorio. Se abbiamo bisogno di medici di famiglia, dobbiamo avvicinare i giovani a questa professione e valorizzare chi dedica tempo alla loro formazione. Perché togliere quel riconoscimento ai medici che danno la disponibilità a seguire, in un rapporto uno a uno, i giovani che frequentano l’ultimo anno di Medicina?
C’è un quarto tema che non emerge nel rapporto GIMBE. La Giunta e la maggioranza che la sostiene continuano a dire che servono più fondi, senza valutare come vengono spesi quelli che si hanno. Nel 2025 in Emilia-Romagna sono stati destinati oltre 10 miliardi di euro alla sanità, ma non è possibile avere costi, ricavi, finanziamenti e volumi di attività dei singoli stabilimenti ospedalieri se non per i 5 ospedali universitari. Senza questa fotografia è molto difficile individuare punti di forza e di debolezza, inefficienze e margini di miglioramento, e intervenire sulla spesa senza ricorrere a tagli lineari.
Guardare alle criticità e capire dove intervenire è indispensabile per preservare ciò che funziona e correggere ciò che oggi mette in difficoltà cittadini e professionisti.