La Regione Emilia-Romagna ha scelto di non adottare il piano di dimensionamento delle scuole, nonostante due proroghe (fino al 30 novembre e poi al 18 dicembre 2025) e una formale diffida del Governo, rendendo inevitabile l’esercizio dei poteri sostitutivi ai sensi dell’articolo 12 del decreto-legge n. 77 del 2021.
Il dimensionamento scolastico non è una decisione improvvisata dell’attuale Governo, ma un obiettivo del PNRR concordato dal Governo Draghi con la Commissione europea, inserito peraltro tra i target vincolanti da raggiungere. Risponde a una logica chiara e condivisa: adeguare la rete scolastica all’andamento demografico, senza intaccare il servizio educativo.
Il dimensionamento non comporta la chiusura di alcun plesso scolastico, non riduce l’offerta formativa e non penalizza studenti e famiglie. Nessuno viene licenziato, nessuno è costretto a cambiare scuola o a percorrere chilometri in più. A dirlo non è la politica, ma la Corte costituzionale, che con la sentenza n. 223 del 2023 ha affermato con chiarezza che il dimensionamento incide esclusivamente sull’assetto amministrativo delle istituzioni scolastiche.
Decidere di farsi commissariare è sicuramente una provocazione, se si considera che l’Emilia-Romagna avrebbe dovuto procedere a soli 18 accorpamenti, a fronte dei 43 del Lazio, dei 36 del Veneto e dei 26 della Lombardia. Regioni che hanno accettato di farlo senza entrare in un contenzioso. Numeri contenuti, che non incidono su plessi, famiglie, studenti o genitori lavoratori, ma che vengono strumentalizzati per alzare il livello dello scontro politico.
Così facendo, la Regione ha ignorato una norma che essa stessa, politicamente, ha contribuito a costruire con il Governo Draghi, quando era ministro dell’Istruzione l’ex assessore regionale Bianchi. Si è detto che il Governo avrebbe commissariato esclusivamente le Regioni di centrosinistra, in realtà, la Puglia ha seguito la legge effettuando il dimensionamento lo scorso anno, in piena campagna elettorale, e la stessa cosa sta facendo la Campania.
Quella della Regione Emilia-Romagna è una scelta che, senza ragione, semina preoccupazione fra le famiglie e il personale della scuola, mettendo a rischio il regolare avvio dell’anno scolastico 2026/2027 (iscrizioni, mobilità, assegnazione delle dirigenze) e l’erogazione dell’ultima rata del PNRR, legata proprio al raggiungimento di questo obiettivo.
Le scuole che prima erano governate da un dirigente titolare e da uno reggente diventano un’unica istituzione giuridica, con una sola dirigenza e una sola struttura amministrativa. Come ha evidenziato ancora la Corte costituzionale, si eliminano duplicazioni inutili di atti, trattative sindacali e procedure, rendendo il sistema più razionale ed efficace.
Va inoltre ricordato che i parametri sono stati resi più flessibili rispetto al passato. Con i criteri ereditati dal precedente assetto normativo (soglia rigida tra 400 e 600 alunni), sarebbero stati necessari 187 accorpamenti in più. Il Governo ha invece valorizzato l’autonomia regionale, lasciando alle Regioni la responsabilità di decidere quali istituzioni accorpare, lasciando intatti i singoli plessi, a parità di numero complessivo, e consentendo di salvaguardare le scuole delle aree fragili, montane e interne.
Non solo. Il confronto con le Regioni è stato costante, in sede di Conferenza Stato-Regioni, e ha portato a una riduzione degli accorpamenti inizialmente previsti, al recupero di 80 autonomie scolastiche sulla base dei dati ISTAT che hanno mostrato un calo demografico meno marcato del previsto, alla concessione di due deroghe consecutive negli anni scolastici precedenti, a incentivi per le Regioni adempienti e a misure per garantire la conferma dell’organico ATA anche per l’anno scolastico 2026/2027.
Le decisioni giurisdizionali sono tutte nell’unica direzione della piena legittimazione dell’azione di Governo. Oltre alla sentenza n. 223/2023, anche l’ordinanza n. 199/2024 e la sentenza n. 200/2025 della Corte costituzionale, così come numerose pronunce di TAR e Consiglio di Stato, hanno respinto i ricorsi regionali. L’unica decisione temporaneamente favorevole a una Regione, quella del TAR Campania, è stata poi ribaltata dal Consiglio di Stato; la stessa Campania, come detto, ha poi iniziato le procedure di adeguamento.