La nuova Variante al PAI Po (Piano per l’assetto idrogeologico del bacino del Po), presenta criticità importanti che cittadini, comitati, professionisti ed esperti del territorio avevano già segnalato da tempo. Oggi, però, sembra che anche la Regione cominci finalmente a riconoscere quei problemi.
Proprio lo stesso presidente De Pascale, mercoledì 22 aprile a Lugo, durante un’assemblea pubblica dedicata alla gestione del rischio idrogeologico e alla presentazione del PAI Po, ha affermato che “alcuni aspetti vanno chiariti meglio, a partire dalla definizione delle priorità e dalla disciplina delle aree a tracimazione controllata individuate dall’Autorità di bacino, che così come sono attualmente previste non ci convincono”.
Ma perché allora se questi aspetti oggi non convincono il presidente della Regione, non sono stati sollevati prima visto che la regione da dicembre presenta il PAI a sindaci comitati e territori facendone propria la struttura? Perché non sono state ascoltate prima le voci di chi, conoscendo la materia e il territorio chiedeva prudenza, approfondimenti e correzioni? Perché le critiche sono state ignorate o minimizzate?
Per mesi, chi sollevava dubbi sulla Variante è stato ignorato e sottovalutato. Penso al geologo Riccardo Galassi che ha studiato il Piano in profondità, incontrato le comunità interessate e prodotto rilievi fondati su dati concreti. Oggi, probabilmente per la crescente preoccupazione dei territori e per la rabbia comprensibile di tante comunità, la Regione sembra fare proprie esattamente quelle critiche che fino a ieri venivano respinte o minimizzate.
Su una materia così delicata non si può cambiare posizione solo quando le criticità diventano troppo evidenti. Parliamo di sicurezza idraulica e idrogeologica, di territori già duramente colpiti dalle alluvioni, di famiglie che vivono con la paura ogni volta che ricomincia a piovere, di imprese agricole e produttive che rischiano conseguenze pesanti, di cittadini che chiedono chiarezza sul futuro delle proprie case e dei propri terreni.
Entro il 30 ottobre 2026 la Regione dovrà indicare, per legge, le priorità per l’utilizzo del miliardo di euro che abbiamo ricevuto con il Programma straordinario di interventi per la riduzione del rischio idraulico e idrogeologico. Queste priorità saranno stabilite sulla base del PAI Po, un documento fondamentale che deve aderire alla realtà dei territori e costituire la bussola per gli interventi futuri, decidere le priorità per fare i passi giusti da qui ai prossimi dieci anni e mettere in sicurezza il territorio.
E le risorse in campo sono ingenti. Oltre al miliardo appena richiamato, l’Emilia-Romagna ha ricevuto 2,7 miliardi di euro, dei quali restano ancora da assegnare circa 75 milioni; altri 100 milioni di euro sono arrivati per gli eventi del 2024 con il Decreto-legge n. 65; altri 400 milioni di euro sono transitati dalla parte privata a quella pubblica con la più recente legge di bilancio.
La Regione deve assumersi la responsabilità delle scelte compiute, riconoscere che il metodo seguito non ha funzionato e aprire subito un percorso serio di revisione. Non servono a nulla le correzioni di facciata. L’acqua non ha colore politico e la sicurezza delle persone non può diventare terreno di propaganda. Proprio per questo serve un cambio di passo: meno decisioni calate dall’alto, più ascolto e confronto con chi vive e conosce quei luoghi.
Se la Regione ritiene davvero che la Variante al PAI Po presenti problemi, lo dica con chiarezza e apra immediatamente un tavolo con i Comuni, i comitati, le categorie e i tecnici che da tempo hanno sollevato osservazioni documentate. Le comunità colpite meritano rispetto, serietà e risposte concrete: non basta arrivare dopo e presentare come una novità ciò che altri sostengono da due mesi e mezzo.