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Quello che lo sport insegna all’Italia: la lezione dei nostri giovani campioni (Avvenire, 20.08.2026)

20 Agosto

Di seguito un articolo che ho scritto per Avvenire, pubblicato nell’edizione di giovedì 20 agosto 2026, a pagina 8…

 

Cosa ci lascia, ma soprattutto cosa ci insegna, questa settimana ferragostana nella quale abbiamo visto l’Italia protagonista nello sport, in Europa e nel mondo?

Le medaglie conquistate nell’atletica e nel nuoto, insieme all’impresa di Sofia Raffaeli nella ginnastica ritmica, che ha conquistato il primo pass olimpico italiano per Los Angeles 28, ci raccontano tanto sul nostro Paese.

Questi risultati non sono un caso. Questi risultati ci parlano di un’Italia fatta di giovani che si impegnano con disciplina e passione in palestra, in acqua, in pedana, in campo, per amore di sé e dello sport, senza risparmiarsi. Ragazzi e ragazze molto giovani, come Alessandra Mao, appena quindicenne, o Sara Curtis, che ha compiuto vent’anni ieri, che ogni giorno dedicano ore all’allenamento, conciliandolo con lo studio e con la vita di ogni giorno.

Questi risultati ci parlano di bravi allenatori capaci di tirare fuori il loro potenziale, non solo dei tecnici federali ormai noti al grande pubblico, ma delle centinaia di migliaia di volontari (secondo le stime diffuse a febbraio dall’Istat oltre 850 mila) che ogni giorno dedicano il proprio tempo e la propria passione educativa regalando ore e ore della propria vita ai bambini, ai ragazzi, ai giovani.

Questi risultati ci parlano dei sacrifici dei loro genitori, di week end passati ad accompagnarli in lungo e in largo per le competizioni, delle “schiscette” preparate e consumate tra un treno, un autobus, un’interrogazione o un esame universitario, come raccontano spesso, con commozione, gli stessi atleti.

Il segreto di questi risultati è nascosto nel rapporto virtuoso fra questi tre attori: gli atleti, le famiglie, i tecnici. Un rapporto che vede al centro i ragazzi. Questo è quello che dovrebbe accadere ogni giorno a scuola, in università, sul lavoro.

Abbiamo molto da imparare: nello sport “il merito” non è visto come un’ingiustizia, ma come una valorizzazione dei propri talenti e del proprio impegno, nello sport il maestro è chi cerca di valorizzare il potenziale dei giovani, non chi vede “chi fa meglio di sé” come un minaccia al proprio potere, nello sport il sacrificio e la fatica non sono mai vissuti come fine a se stessi ma per uno scopo, nello sport vediamo quale può essere la strada dell’integrazione vera, quella che si costruisce attraverso il lavoro, la condivisione di valori, obiettivi e scopi comuni, non con un assistenzialismo che finisce per lasciare sempre ai margini, creando sacche di risentimento e odio.

Lo sport insegna a porsi degli obiettivi, a rispettare le regole, ad affrontare una sconfitta, a ricominciare, a lavorare in squadra, a prendersi cura del proprio corpo. Insegna anche a fare delle scelte: alimentarsi in modo corretto, organizzare il proprio tempo, stare lontani da alcol, fumo e droghe. Scelte che non servono soltanto per diventare campioni: servono per diventare adulti e per essere veramente adulti.

Aiutare questi percorsi di crescita, sostenere le famiglie, le società sportive, gli allenatori e i volontari significa investire nella persona prima ancora che nell’atleta. È una delle grandi sfide educative che abbiamo davanti e da cui può trarre benefici tutta la comunità.

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