Venerdì 13 febbraio, a Bologna, abbiamo vissuto un momento davvero speciale con il Ministro Matteo Piantedosi, in occasione della presentazione del suo libro. Una sala gremita, con 450 persone, e un clima bellissimo: positivo, propositivo, pieno di energia. Abbiamo respirato tanto amore sincero per la nostra città e per il nostro Paese.
Sapevamo di incontrare una persona di grande spessore e un professionista al servizio del bene comune, e ha dimostrato ancora una volta di esserlo. È stato emozionante vedere quanto si sentisse “a casa”, anche perché, come ha ricordato durante l’incontro, proprio a Bologna ha trascorso i suoi primi anni di servizio in Prefettura.
Sul tema della sicurezza ha saputo mettere a fuoco i punti più rilevanti con chiarezza, portando dati e raccontando fatti, non preconcetti. È emerso con forza l’obiettivo che lo guida: ridurre al minimo l’uso della forza per garantire ordine e serenità, attraverso un’opera di prevenzione a 360 gradi.
Al termine della serata mi ha colpito leggere una riflessione pubblicata su LinkedIn da una delle persone presenti in platea. Racconta con precisione il senso dell’incontro e il clima che si è respirato. Per questo desidero condividerla con voi.
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A Bologna il tema della sicurezza torna al centro del dibattito pubblico, ma con un registro raro: concreto, ordinato, capace di tenere insieme sensibilità diverse senza trasformare la serata in un processo alle intenzioni. Merito soprattutto di Elena Ugolini, che al Savoia Hotel Regency ha condotto l’incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e con interventi a più riprese di Annalisa Chirico, costruendo un confronto serrato ma rispettoso, fatto di numeri, domande puntuali e attenzione alle ricadute reali sulla vita delle persone.
La cifra della serata è stata la regia di Ugolini: non un semplice ruolo “cerimoniale”, ma la guida di un dialogo che ha alternato cornice generale e casi concreti. Lo si è visto subito, quando ha scelto di partire dai dati riportati nel libro al centro dell’incontro, citando l’aumento dei feriti tra le forze dell’ordine nel 2024 e chiedendo a entrambi gli ospiti di entrare nel merito. Invece di lasciare il tema in superficie, Ugolini ha imposto una traiettoria chiara: che cosa sta succedendo nelle piazze, perché la violenza si ripresenta, quali strumenti esistono per prevenirla e che cosa può fare lo Stato senza comprimere libertà fondamentali.
Il risultato è stato un confronto che non ha avuto bisogno di alzare la voce per essere incisivo. Chirico ha dato una lettura netta, insistendo sul fatto che una parte delle frange violente mira alla divisa come simbolo dello Stato e della comunità nazionale, e chiedendo più efficacia nel rapporto tra scontri, arresti e permanenza delle misure. Piantedosi ha risposto con una visione da “macchina dello Stato”, portando la distinzione tra manifestazioni socio-economiche e politiche e sostenendo che negli ultimi anni sarebbero cresciute soprattutto queste ultime, con un cambio di clima che richiede nuove risposte operative.
Qui si è visto il secondo merito di Ugolini: tenere il discorso ancorato al punto che davvero interessa i cittadini. Quando in sala è intervenuto un giovane con una domanda su libertà di manifestare e sicurezza, Ugolini non ha liquidato l’intervento come “parentesi”, ma lo ha valorizzato, trasformandolo in un passaggio centrale. Da lì è arrivata una delle risposte più nette della serata, con Piantedosi che ha indicato nella violenza il confine non negoziabile: le idee si discutono, la violenza no. Ugolini ha lasciato spazio alla chiarezza, evitando di disperdere il confronto, e allo stesso tempo ha riportato la discussione sul tema della prevenzione, chiedendo non solo repressione, ma strumenti e contesto.
Quando il ministro ha parlato di misure come il “fermo preventivo” e dei filtri per intercettare chi arriva alle manifestazioni con dotazioni e atteggiamenti orientati allo scontro, la moderazione di Ugolini ha fatto la differenza. Ha permesso di ascoltare la logica dell’intervento, ma senza farne un totem: il punto, ripetuto più volte nel dialogo, è evitare i contatti diretti e ridurre i feriti. È una sfumatura che spesso si perde, e che in questa serata è rimasta leggibile proprio perché Ugolini ha guidato il ritmo, chiedendo spiegazioni e tenendo insieme il piano dei principi e quello delle procedure.
La stessa impostazione si è vista nel blocco sulla prevenzione “a tutto tondo”. Ugolini ha aperto un tema che troppo spesso viene trattato come contorno, cioè lo sport, l’impegno sociale, i luoghi educativi, il lavoro nei quartieri difficili. Piantedosi ha citato esperienze con gruppi sportivi delle forze di polizia e progetti di presidio positivo, mentre Chirico ha rimarcato l’importanza di non confondere i ruoli e di garantire alle forze dell’ordine la serenità necessaria per operare. Anche qui Ugolini non ha cercato l’applauso facile: ha cercato il punto di equilibrio, mostrando che prevenzione e sicurezza non sono due “bandiere” contrapposte, ma due pezzi dello stesso problema.
Uno dei passaggi più concreti, e politicamente più delicati, è arrivato quando si è parlato di fragilità sociali, legalità e casi quotidiani che alimentano la percezione di insicurezza. Ugolini ha incanalato la discussione su esempi comprensibili, inclusa la vicenda raccontata in sala legata a uno sfratto e a un appartamento occupato e danneggiato. Al di là del singolo episodio, il messaggio è rimasto chiaro: se lo Stato appare lento o impotente nei casi ordinari, la fiducia si erode, e con essa anche la disponibilità dei cittadini a investire, affittare, vivere serenamente la città. È il tipo di collegamento che un moderatore impreparato non vede, mentre Ugolini lo ha usato per tenere insieme economia, sicurezza e coesione sociale.
Nella seconda parte, quando Ugolini ha chiesto esplicitamente “che cosa è stato fatto” sul fronte degli organici e degli investimenti, ha fatto ciò che fa un buon giornalismo e, più in generale, una buona politica: ha preso un’accusa diffusa e l’ha trasformata in una domanda verificabile. Piantedosi ha risposto elencando numeri, assunzioni, stanziamenti, rinnovi contrattuali e ragionamenti sull’ondata di pensionamenti. Che si condivida o meno la lettura del ministro, quel passaggio ha dato sostanza al confronto. Senza l’impostazione di Ugolini, sarebbe rimasto un botta e risposta di slogan. Con Ugolini, è diventato un punto di chiarimento pubblico.
Infine, il segmento sulla percezione di insicurezza, soprattutto tra le donne, ha mostrato un’altra qualità della conduzione: la capacità di far emergere la dimensione umana senza perdere l’ordine dei temi. Chirico ha portato esempi personali legati alle stazioni e al senso di sollievo nel vedere presidi in divisa. Ugolini ha lasciato che la testimonianza arrivasse, perché quel “sentire” è parte della realtà politica, anche quando i dati oscillano in modo più complesso.
In sintesi, la serata di Bologna ha funzionato perché è stata costruita, non improvvisata. Elena Ugolini ha dimostrato preparazione, capacità di ascolto e soprattutto una dote sempre più rara: fare domande che tengono insieme principio e conseguenza, valore e impatto, libertà e responsabilità. Ha dato spazio agli ospiti, ma non ha ceduto la regia. Ha coinvolto la platea senza perdere il filo. E ha portato il confronto su un terreno utile: quello in cui le parole devono diventare scelte, strumenti, risultati misurabili.