Quanto accaduto ieri sera in Piazza Verdi è gravissimo. Un’assemblea pubblica, organizzata proprio per permettere il confronto tra posizioni diverse sul futuro della piazza, è degenerata in accerchiamenti, intimidazioni e violenza fisica.
Le responsabilità personali dovranno naturalmente essere accertate con precisione, ma un principio deve essere affermato senza ambiguità: nessuno può arrogarsi il diritto di decidere chi possa parlare, chi debba lasciare una piazza o quali iniziative possano svolgersi in uno spazio pubblico.
Non possiamo essere ostaggio di minoranze facinorose che, attraverso urla, minacce e aggressività, pretendono di imporre la propria volontà a residenti, studenti, associazioni e cittadini. Piazza Verdi non appartiene a un collettivo, a un gruppo politico o a chi riesce a occupare fisicamente lo spazio con maggiore prepotenza. È una piazza della città e deve rimanere aperta a tutti. Nessuno può pensare di essere al di sopra della legge e dei diritti degli altri cittadini.
Proprio nel momento in cui si sta tentando di costruire un percorso capace di unire, anziché dividere, restituendo alla zona universitaria occasioni artistiche, culturali, sociali e di incontro, grazie all’iniziativa di Andrea Magelli, è inaccettabile che una piccola minoranza cerchi di fermare con la forza quello che sta accadendo. Il progetto delle Scuderie ha lo scopo di costruire uno spazio bello, accogliente, sicuro per gli studenti e per tutti i cittadini. Le divergenze sono legittime e devono trovare ascolto nel confronto democratico. Il boicottaggio, l’intimidazione e la violenza, invece, non si devono mai accettare.
Purtroppo, non è la prima volta che questo accade nella nostra città. Pochi mesi dopo l’inizio del mio mandato come consigliere regionale, un universitario mi scriveva: «Da due anni ormai il clima in zona universitaria è insostenibile: parlo per esperienza diretta di violenze subite, zone di spaccio, occupazioni continue degli edifici, tecnicamente al servizio della comunità studentesca, perpetrate da collettivi che utilizzano metodiche assolutamente antidemocratiche e sostanzialmente violente». Lo studente chiedeva che venissero intraprese «azioni incisive per risolvere queste profonde fratture, che causano un reale disagio per chi ha diritto di studiare e frequentare le lezioni in maniera decorosa».
Parole che descrivono un disagio profondo e che, alla luce di quanto accaduto, risultano ancora drammaticamente attuali. La maggior parte degli studenti chiede semplicemente di poter studiare, frequentare le lezioni e vivere la zona universitaria in condizioni dignitose e sicure.
Il sindaco Lepore e la sua maggioranza si sono schierati, giustamente, dalla parte di chi ha subito intimidazioni e violenza. Non possono però ignorare che le politiche portate avanti in questi anni e la mancanza di interventi incisivi hanno contribuito a lasciare alcune zone della città in balia di gruppi convinti di poter stabilire autonomamente ciò che è consentito e ciò che non lo è.
Se il Comune avesse fatto rispettare il regolamento di polizia urbana attualmente in vigore, non saremmo arrivati a questo punto.
Ma anche l’Università di Bologna deve assumersi fino in fondo la propria responsabilità educativa e istituzionale. Non può limitarsi a osservare: deve metterci la faccia, dire con chiarezza che certi comportamenti sono da condannare e chiarire quale ruolo intenda svolgere nella città. Essere studenti o appartenere alla comunità universitaria non attribuisce a nessuno un diritto esclusivo sulla piazza e sugli spazi circostanti. La zona universitaria deve essere un luogo di studio, libertà, dialogo e rispetto, non una zona franca in cui si ha paura a passare.