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Immigrazione. La Regione non può continuare a raccontare l’integrazione, deve dimostrare che esiste davvero

19 Maggio

Oggi, in Commissione Sanità, abbiamo esaminato la clausola valutativa sulla legge regionale n. 5 del 2004, relativa all’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati.

Siamo davanti a una legge nata nel 2004 e aggiornata nel 2010, in un mondo completamente diverso. Sono cambiati i flussi migratori, il mercato del lavoro, la scuola, la sanità, i servizi sociali e le fragilità dei territori. La Regione non può pensare di governare la complessità del presente continuando semplicemente a fare quello che ha sempre fatto, occorre aggiornare questa legge.

Una clausola valutativa deve valutare. Non può limitarsi a elencare interventi, progetti e buone intenzioni. Questa relazione contiene molti dati, ma resta più descrittiva che valutativa: sappiamo che cosa è stato fatto e quante persone sono state raggiunte, ma non sappiamo con sufficiente chiarezza quali fossero gli obiettivi, quali risultati siano stati ottenuti e quanto le politiche regionali abbiano davvero ridotto i divari. E non si trova nemmeno un riferimento sulla parte economica, il dato di quanto è stato investito dalla Regione in materia.

Un esempio riguarda l’apprendimento della lingua italiana. Dal 2021 al 2024 sono stati attivati 686 corsi per 6.313 cittadini stranieri, dal livello alfa al B1. Ma il dato aggregato non basta. È necessario sapere quanti abbiano raggiunto davvero l’A1, l’A2, il B1; quanti, grazie a quei corsi, siano riusciti a trovare lavoro, orientarsi nei servizi, partecipare alla vita della comunità. Senza questi dati non stiamo valutando: stiamo solo elencando delle attività.

Il documento regionale segnala poi che il ritardo scolastico riguarda il 22,9% degli alunni stranieri, contro il 7,7% degli italiani, con un picco del 47,5% nella scuola secondaria di secondo grado. È un divario enorme, che non si cancella con le parole. L’integrazione vera comincia dalla scuola: vogliamo limitarci a tenere questi ragazzi in classe o vogliamo metterli davvero nelle condizioni di imparare, crescere e costruirsi un futuro?

Parliamo di 113.407 alunni con cittadinanza non italiana, pari al 18,9% degli studenti della nostra regione. Di loro, più di due su tre sono nati in Italia. L’Emilia-Romagna è la prima regione in Italia per incidenza di alunni stranieri: non può accontentarsi di essere prima nei numeri, deve diventare prima nei risultati.

Per quanto riguarda il lavoro, si parla spesso del gap fra domanda e offerta e del contributo che i cittadini stranieri possono dare al sistema produttivo. Ma senza lingua, formazione e percorsi costruiti con le imprese, questa resta retorica. Il tasso di disoccupazione degli stranieri è del 10,2%, oltre tre volte quello degli italiani, fermo al 3,3%. Questo dato dovrebbe bastare da solo a far cambiare passo, come è accaduto nel progetto “Se scappi ti assumo”, promosso da Confindustria Emilia-Romagna, che con percorsi formativi mirati ha favorito l’occupazione di migranti ospitati nei centri di accoglienza straordinaria. È questa la strada: meno ideologia, più lingua italiana, più formazione, lavoro e responsabilità.

C’è infine il tema delle risorse pubbliche. La relazione elenca molti interventi, ma non sempre chiarisce chi fa che cosa, con quali fondi, con quali obiettivi e con quali risultati. Anche il recente esposto della Corte dei Conti (Deliberazione n. 57/2026) eccepisce su proroghe di affidamenti senza nuovi bandi, pur riguardando un livello istituzionale diverso, richiama un principio che vale per tutti: dove ci sono soldi pubblici devono esserci controlli, responsabilità, rendicontazione e risultati misurabili.

Non si può vivere in Italia senza riconoscere le fondamenta costituzionali che ne sono parte integrante. Qualunque forma di convivenza non può accedere a nessun riconoscimento se non riconosce a sua volta le fondamenta costituzionali dello Stato.

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