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CPR e sicurezza. La mia reazione alle parole di De Pascale in Aula

17 Febbraio

Questa mattina in Aula, durante il question time, il presidente De Pascale ha risposto a tre interrogazioni sul tema dei CPR. Ha preso parte personalmente alla sessione, a riprova dell’importanza della questione “sicurezza”, un tema trasversale, concreto, quotidiano, e ha subito attirato la contestazione di chi continua a non voler vedere i problemi.

Per anni c’è stata una rimozione culturale evidente, come se parlare di sicurezza significasse automaticamente essere autoritari. De Pascale ha anche ricordato che annunciai la mia candidatura al margine di una maratona contro i suicidi nelle carceri, il 9 luglio 2024. Lo avevo fatto per dimostrare la mia sensibilità al tema dei diritti fondamentali dei detenuti.

Come ho già detto in altre occasioni: è sbagliato mettere in contrapposizione due cose giuste. Umanità e rigore non sono alternative. Accoglienza e responsabilità non si escludono. Libertà e sicurezza non sono nemiche. E non può esserci vera libertà se manca la certezza che chi ha commesso un reato e potrebbe rifarlo possa essere lasciato andare indisturbato.

Non ci deve essere nessun luogo pensato contro il bene delle persone, neanche i CPR. Nessuno vuole violare diritti umani ma è necessario capire come creare le condizioni perché chi ha commesso dei reati ne risponda e non giri liberamente per strada creando altri problemi.

Venerdì scorso, in occasione dell’incontro di presentazione del libro del ministro Piantedosi, ho fatto direttamente a lui la domanda su chi potesse essere destinato ai CPR ed ha risposto in modo diretto: “chi ha commesso reati ed ha un procedimento di espulsione”.

Nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio vengono trattenuti stranieri destinatari di un provvedimento di espulsione quando non è possibile eseguire immediatamente il rimpatrio. Si tratta, in particolare, di persone che hanno commesso determinati reati per i quali è stata disposta l’espulsione, di soggetti ritenuti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica dall’Autorità di Pubblica Sicurezza o di persone irregolari per le quali sussiste un concreto rischio di fuga.

Il trattenimento non è automatico né arbitrario: avviene con un provvedimento del Questore ed è convalidato da un giudice. E poiché i posti sono limitati, la priorità viene data ai soggetti con precedenti o ritenuti pericolosi, non a chi si trova in una semplice situazione amministrativa irregolare.

E sgombriamo il campo da equivoci: nei CPR non ci vanno le badanti con il permesso di soggiorno scaduto. La semplice irregolarità amministrativa non comporta di per sé il trattenimento in un CPR ma può dar luogo a un provvedimento di espulsione con misure meno afflittive, salvo situazioni specifiche.

Va anche ricordato che, a differenza del carcere, il CPR non è una pena: se la persona trattenuta accetta il rimpatrio, può uscire immediatamente dal centro e fare rientro nel proprio Paese.

Detto questo, possiamo dire che i CPR sono l’unico strumento per rendere le nostre città sicure? La risposta è ovviamente no. Per questo è importante che se ne cominci a discutere anche dove era sempre stato un tabù farlo.

Questo Governo ha fatto quello che non era mai stato fatto per affrontare in modo integrato e in chiave di prevenzione il tema della sicurezza ma serve tempo per rimediare ad anni di trascuratezza.

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