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Affitti brevi, scelta doverosa del Governo: servono soluzioni strutturali, non norme ideologiche

12 Febbraio

Il Consiglio dei Ministri ha deciso di impugnare la legge regionale sugli affitti brevi. Era una scelta necessaria. Non solo legittima, ma doverosa.

Si tratta di una norma che ho criticato fin dall’inizio perché iniqua, confusa e penalizzante per tanti piccoli proprietari che operano nel pieno rispetto della legge nazionale e sono regolarmente iscritti al CIN (Codice Identificativo Nazionale). Un provvedimento che, dietro lo slogan del “mettere ordine”, invece di limitarsi a definire un quadro regionale entro cui i Comuni possano eventualmente fissare un tetto agli immobili destinati agli affitti brevi, fatti salvi i diritti già acquisiti, introduce una disciplina urbanistica complicata, piena di contraddizioni e con profili di retroattività che avrebbero inevitabilmente aperto la strada a ricorsi e contenziosi.

Sento il presidente Michele De Pascale parlare di “scarsa cultura istituzionale” da parte del Governo. Francamente non sono d’accordo. Quando ci sono dubbi sulla legittimità costituzionale di una legge, il ricorso è uno strumento previsto dalle regole. Non è uno sgarbo politico ma il normale funzionamento delle istituzioni. Il Governo ha il diritto, e in questo caso anche il dovere, di verificare che una Regione non vada oltre le proprie competenze e non produca norme che generano incertezza.

La maggioranza regionale ha presentato questo intervento come una risposta all’emergenza abitativa. Ma i numeri raccontano altro. Un esempio?

Nel 2024, nel Comune di Bologna, gli immobili registrati al CIN e destinati agli affitti brevi erano 4.374, a fronte di circa 230.000 abitazioni complessive presenti in città. Parliamo quindi di una quota inferiore al 2% del patrimonio residenziale totale: un’incidenza limitata, che difficilmente può essere considerata la causa principale della difficoltà di accesso alla casa.

C’è poi un altro dato che merita attenzione: a Bologna oltre 13.500 abitazioni risultano vuote e fuori dal mercato. Questo evidenzia come il nodo strutturale non siano gli affitti brevi, bensì l’elevato numero di alloggi sfitti e l’assenza di meccanismi realmente efficaci per favorirne la rimessa in circolazione.

Finché non si interviene seriamente su questi aspetti, è illusorio pensare che basti mettere un freno agli affitti brevi per affrontare il problema abitativo.

Persino in Commissione era stato riconosciuto che il provvedimento non avrebbe risolto la questione. Restano fuori dal dibattito le vere leve strutturali: il recupero del patrimonio inutilizzato, il rafforzamento dell’edilizia residenziale pubblica e un sistema che renda più sicuro e sostenibile l’affitto di lungo periodo.

Si è scelta una strada ideologica e punitiva, che rischia di colpire chi è in regola senza offrire soluzioni concrete a studenti, lavoratori e famiglie. Si è parlato di regolamentazione ma si è prodotto un testo che complica la vita ai cittadini e crea ulteriore incertezza.

Ora la parola passerà alla Corte costituzionale. Io continuo a pensare che le istituzioni debbano stare dalla parte dei cittadini: difenderli, non metterli nella condizione di doversi difendere dalle istituzioni.

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