Con le ordinanze in cui il Consiglio di Stato si rivolge alla Corte di giustizia dell’Unione europea, sollevando dubbi sulla compatibilità del payback dei dispositivi medici con il diritto europeo, la questione arriva finalmente davanti alla giustizia europea. È un passaggio importante per un comparto che da anni vive in forte incertezza.
Lo abbiamo detto più volte: non è ragionevole chiedere alle imprese di pagare sforamenti della spesa sanitaria che non hanno deciso, che non possono controllare e di cui conoscono l’entità solo dopo anni.
Già nell’agosto 2024, durante una visita al distretto biomedicale di Mirandola, avevo definito il payback una misura ingiusta, da superare. Questa posizione l’abbiamo portata anche in Assemblea legislativa, quando abbiamo contestato la scelta della Regione di inviare alle aziende richieste di pagamento entro trenta giorni, per poi prorogare subito la scadenza.
Il payback non l’ha introdotto la Regione Emilia-Romagna, ma una norma nazionale del 2015. Questo non solleva però la Giunta dalla responsabilità delle scelte fatte nell’applicarlo, ed è su queste che vedo una contraddizione molto grave.
Da una parte la Regione dice di comprendere le imprese, definisce il payback ingiusto e insostenibile e ne chiede pubblicamente l’abrogazione. Dall’altra, nelle sedi giudiziarie contesta le ragioni delle aziende e ha disposto la compensazione, cioè trattiene somme dovute ai fornitori a fronte dei crediti che rivendica per il payback. In pratica, mentre dichiara di voler difendere le imprese, si adopera per recuperare le stesse somme che riconosce essere insostenibili per il settore.
Non tutte le Regioni si sono comportate così. La Sardegna, per esempio, già nel 2022 aveva sospeso il provvedimento di ripiano in attesa dell’esito del contenzioso. Ad oggi, poi, la maggioranza delle altre regioni non ha avviato la procedura di recupero forzoso delle somme. L’Emilia-Romagna ha invece proceduto con le compensazioni nonostante le numerose controversie e i ricorsi pendenti davanti al Consiglio di Stato. Questa scelta ha pesato sulla liquidità delle aziende, e le imprese ricorrenti contestano la stessa legittimità di compensare crediti che sono oggetto di giudizio.
Non si può esprimere solidarietà alle imprese davanti alle associazioni di categoria e poi prendere iniziative che rischiano di danneggiarle ancora di più. La coerenza politica si misura dagli atti, non dalle dichiarazioni.
Parliamo di un settore strategico per l’Emilia-Romagna, con oltre 500 imprese e migliaia di lavoratori, un’eccellenza internazionale nella ricerca e nell’innovazione. Un meccanismo pensato per contenere la spesa pubblica non deve compromettere la competitività delle nostre aziende, la loro capacità di investire e, in prospettiva, la qualità delle tecnologie a disposizione dei pazienti.
Il Governo è già intervenuto per ridurre in modo significativo gli oneri del periodo 2015-2018. Ora bisogna affrontare in modo strutturale anche le annualità successive e superare definitivamente il payback.
Ma le Regioni non possono limitarsi a chiedere risorse allo Stato e intanto continuare a rivalersi sulle imprese: devono programmare e controllare la propria spesa sanitaria e risponderne.
La stessa Emilia-Romagna stima in oltre 564 milioni di euro l’esposizione per il periodo 2019-2025, escluso il 2020. Davanti a una cifra simile bisogna chiedersi da cosa dipendano gli sforamenti, quanto da bisogni effettivi di salute e quanto da problemi di programmazione e gestione. La Giunta deve rispondere in modo trasparente.
Le ordinanze non sono ancora una sentenza definitiva, ma rendono più urgente una soluzione politica e normativa. Nel frattempo, chiedo alla Regione Emilia-Romagna di sospendere le iniziative di recupero e compensazione ancora in corso verso le imprese che hanno contestato le somme richieste, fino a quando il quadro giuridico non sarà chiarito.
Al sistema di ripiano a posteriori vanno sostituiti strumenti di programmazione, monitoraggio e valutazione della spesa che funzionino davvero. Chi governa la sanità deve rispondere delle proprie scelte. Non si può dire di voler salvare le imprese dal payback e allo stesso tempo pretendere da loro somme che ne mettono a rischio la sopravvivenza.