La Corte dei conti ha pubblicato la deliberazione n. 96/2026/PRSS sul bilancio di esercizio 2024 dell’AUSL di Bologna.
Il bilancio 2024 dell’AUSL di Bologna chiude con un risultato negativo di 18,47 milioni di euro, mentre il disavanzo complessivo non ancora coperto sfiora i 20 milioni. Occorre distinguere le difficoltà inevitabili dalle criticità che dipendono dalla programmazione e dal controllo.
Come ha giustamente evidenziato Marta Evangelisti, capogruppo di Fratelli d’Italia, in un’interrogazione del 5 agosto, la Regione deve spiegare come intenda affrontare questa situazione senza ridurre i servizi o penalizzare il personale.
Sono convinta che il problema sia ancora più ampio: la Regione continua a intervenire a valle, coprendo i disavanzi dopo che si sono prodotti, anziché dimostrare una reale capacità di governo e di programmazione.
La deliberazione della Corte dei conti sul bilancio 2024 è importante perché fa capire bene come si dovrebbe agire.
Nel 2024 tutte le aziende sanitarie dell’Emilia-Romagna hanno chiuso in rosso e la Regione ha dovuto coprire uno squilibrio complessivo di quasi 195 milioni di euro.
Il caso dell’AUSL di Bologna è significativo. Alla fine del 2024 risultavano ancora da incassare 54,8 milioni di euro relativi al 2020 e agli anni precedenti, oltre il 180% in più rispetto all’anno precedente. Più di 27 milioni derivano dalle anticipazioni concesse durante l’emergenza Covid alle strutture sanitarie private accreditate; le altre somme riguardano investimenti, crediti verso soggetti privati e finanziamenti pubblici.
Le diverse origini di queste somme non cancellano il problema: i crediti con almeno cinque anni di “anzianità” continuano complessivamente ad aumentare. I piani per recuperare le anticipazioni erogate ai privati sono stati avviati soltanto nel novembre 2025. È legittimo chiedere perché sia stato necessario attendere così a lungo e quali controlli siano stati effettuati nel frattempo. Un’azienda sanitaria deve attivarsi tempestivamente affinché le risorse che le spettano tornino disponibili per i servizi.
A questo si aggiunge una grave debolezza nelle previsioni. Nel 2022 l’AUSL aveva iscritto a bilancio 26,3 milioni di euro che riteneva di dover ricevere per le cure prestate a pazienti provenienti da altre regioni. Quando, nel 2024, sono stati definiti i conteggi finali, è emerso che quella previsione era stata sovrastimata e i 26,3 milioni sono stati cancellati dal bilancio. La Regione ha compensato nel 2024 la cancellazione di quella somma, che quindi non ha inciso direttamente sul risultato finale dell’Azienda. Resta però un errore di dimensioni considerevoli: iscrivere a bilancio oltre 26 milioni che due anni dopo risultano non spettanti dimostra la necessità di migliorare profondamente il sistema di previsione e di controllo.
Merita poi particolare chiarezza la spesa per consulenze, collaborazioni, lavoro interinale e altre prestazioni sanitarie, aumentata del 24,5% e arrivata a 14,6 milioni di euro. La cifra va letta con attenzione, perché comprende anche prestazioni aggiuntive del personale per ridurre le liste d’attesa e borse di studio per la formazione dei medici.
La commistione tra attività così diverse rende però i dati poco leggibili. La Regione e l’AUSL devono essere più trasparenti e specificare quanto sia stato speso per incarichi esterni, quanto per lavoro interinale, quanto per collaborazioni e quanto per prestazioni aggiuntive dei dipendenti. Serve inoltre chiarire se il ricorso a queste forme di lavoro risponda a esigenze temporanee e specialistiche oppure serva a compensare carenze strutturali nell’organizzazione che andrebbero previste e affrontate.
Ripianare i conti è necessario, ma non basta: la Regione deve spiegare perché si sia arrivati a questo risultato e intervenire sulle criticità che lo hanno determinato.
Come si legge in uno studio dell’Istituto Bruno Leoni del 14 maggio scorso, in Emilia-Romagna solo il 22% della spesa ospedaliera è osservabile nei bilanci (la media nazionale è 24%). Infatti, conosciamo le entrate e le uscite solo delle cinque strutture ospedaliere pubbliche dotate di bilancio autonomo, ovvero le Aziende ospedaliero-universitarie di Parma, Modena, Bologna e Ferrara e l’Istituto Ortopedico Rizzoli; per tutto il resto della rete ospedaliera pubblica (le AUSL) esistono dati aggregati, complessivi.
In nessun caso, però, ci viene fornita una fotografia precisa dei singoli stabilimenti ospedalieri: costi, ricavi, finanziamenti e volumi della produzione.
Avevo proposto, in sede di approvazione del bilancio, un emendamento che chiedeva di poter avere i bilanci per singoli stabilimenti ospedalieri e singole unità operative, ma è stato nuovamente respinto perché, a parere dell’assessore al Bilancio, bastano i costi medi delle prestazioni erogate nelle ASL. Tutti sanno che la media spesso nasconde grandi differenze fra territori, ospedali e singoli dipartimenti: è la famosa media di Trilussa.
La spesa per l’innovazione, anche farmacologica, non può essere considerata soltanto aggiuntiva. Spesso è sostitutiva: farmaci innovativi possono consentire ricoveri più brevi o evitarli; allo stesso modo, servizi territoriali più forti, a partire dall’assistenza domiciliare, possono prevenire ospedalizzazioni e ridurre la necessità di posti nelle residenze per anziani. Governare significa anche scomporre e ricomporre i fattori di erogazione dell’offerta sanitaria, spostando le risorse dove possono produrre più salute e migliorare concretamente la vita delle persone.
Il confronto con il Veneto è utile proprio per capire che la questione non è semplicemente spendere di più, ma spendere bene. Il Veneto, con una popolazione comparabile alla nostra, non applica maggiorazioni dell’addizionale regionale IRPEF, spende un miliardo in meno e nell’ultimo monitoraggio nazionale dei LEA si colloca davanti all’Emilia-Romagna, anche nell’assistenza territoriale. Perché la nostra Regione, che chiede ai cittadini un maggiore sforzo fiscale, spende un miliardo in più e non ha servizi migliori?
Poter contare su quelle risorse significherebbe poter fare una politica del personale diversa e migliorare i servizi ai cittadini, soprattutto quelli più fragili.
Governare la sanità significa recuperare in tempi certi le somme non incassate, formulare previsioni contabili più attendibili e rendere trasparente l’utilizzo delle diverse forme di collaborazione. La Regione deve dimostrare di saper prevenire gli squilibri, non soltanto di coprirli quando si sono già prodotti, garantendo la qualità dei servizi, la riduzione delle liste d’attesa e la valorizzazione del personale.
Non dobbiamo dimenticare che, su un bilancio regionale nel 2025 di 14 miliardi, la parte dedicata alla sanità è stata di 10 miliardi e mezzo.