Oggi, durante il Question Time in Assemblea legislativa, ho discusso la mia interrogazione sugli interventi realizzati, in corso e programmati nella Val di Zena, con particolare riferimento agli abitati del Farneto, nel Comune di San Lazzaro di Savena, e di Botteghino di Zocca, nel Comune di Pianoro.
La risposta della sottosegretaria Manuela Rontini ha chiarito un punto molto importante: «Con riferimento più specifico allo studio idrologico-idraulico elaborato dall’Università degli Studi di Modena e Reggio e illustrato anche nel corso dell’incontro pubblico che lei citava, consigliera Ugolini, si evidenzia che tale attività conoscitiva rappresenta un supporto tecnico per l’approfondimento delle dinamiche del bacino della Val di Zena e per la valutazione delle ulteriori misure strutturali e gestionali eventualmente necessarie».
La Regione ha inoltre assicurato che il professor Stefano Orlandini, che ha coordinato lo studio, sarà coinvolto anche nelle prossime fasi.
Lo studio di Unimore, presentato pubblicamente il 27 gennaio scorso, approfondisce infatti le dinamiche dell’intero bacino della Val di Zena e fornisce le conoscenze necessarie per individuare gli interventi capaci di ridurre il rischio idraulico.
È una conferma positiva, perché la sicurezza della Val di Zena non può essere affidata a una successione di lavori isolati. Ogni intervento, dalla sistemazione dell’alveo al consolidamento delle sponde, dalla gestione dei sedimenti alle opere strutturali, deve inserirsi in una visione unitaria dell’intero bacino e contribuire concretamente alla riduzione del rischio.
Questo dovrebbe diventare il metodo seguito per tutte le aste fluviali dell’Emilia-Romagna. Occorre rendere sistematico il percorso tecnico-scientifico indispensabile per definire con rapidità le opere necessarie in ciascuna asta fluviale, migliorarne la sicurezza idraulica e stabilire un ordine chiaro delle priorità. È altrettanto importante rafforzare il lavoro di pubblicazione e condivisione degli studi, dei progetti, degli interventi programmati e dei risultati dei monitoraggi, affinché cittadini e amministrazioni possano conoscere le scelte compiute e verificarne gli effetti.
Le opere devono essere progettate correttamente, i lavori devono essere diretti da persone competenti e la loro esecuzione deve essere monitorata con attenzione.
Per questo ho richiamato quanto accaduto nel 2024, quando, in alcuni tratti, sono stati tagliati alberi dove non sarebbe stato necessario intervenire, l’alveo è stato rimodellato anche con mezzi cingolati e parte del materiale rimosso è stata collocata sulle sponde, all’interno dell’area potenzialmente raggiungibile dalle piene. In caso di nuove piogge, quel materiale può essere nuovamente trascinato verso valle.
Va evitato il metodo a tela di Penelope, nel quale ciò che viene costruito attraverso gli studi e la programmazione rischia di essere compromesso da una progettazione parziale, da un’esecuzione non adeguata o dall’assenza di controlli. Il metodo indicato dallo studio di Unimore deve guidare non soltanto la scelta delle opere, ma anche il modo in cui vengono progettate, realizzate e successivamente verificate.
Questo approccio rappresenta un modello da seguire anche per utilizzare bene le risorse straordinarie destinate alla prevenzione e alla mitigazione del dissesto idrogeologico. Entro il 30 ottobre il presidente della Regione Michele de Pascale dovrà infatti trasmettere al Ministero dell’Ambiente la proposta degli interventi prioritari da finanziare attraverso il programma straordinario da 919 milioni di euro.
La Regione ha annunciato la costituzione di un comitato tecnico incaricato di supportare questa scelta. È giusto che ci sia, ma è necessario rendere pubblici i nomi dei componenti, le loro competenze e i criteri con cui verranno individuate le priorità. Occorre sapere se ne facciano parte soltanto dirigenti regionali o se siano coinvolti anche le università e altri esperti capaci di offrire una valutazione complessiva e indipendente.
Parliamo di decisioni che incideranno per molti anni sulla sicurezza delle persone e del territorio. Per questo servono la massima trasparenza, competenze scientifiche solide e una chiara responsabilità in ogni fase: dalla scelta delle opere alla progettazione, dalla direzione dei lavori fino al monitoraggio dei risultati.
La Val di Zena, colpita da quattro eventi alluvionali tra maggio 2023 e ottobre 2024, rappresenta un caso emblematico. I residenti del Farneto, di Botteghino di Zocca e dell’intera vallata devono poter conoscere non soltanto quali lavori siano stati realizzati, ma quale concreta riduzione del rischio possano garantire in caso di una nuova alluvione.
Ricordo che, secondo i dati ufficiali ISPRA, nello scenario di pericolosità media il 61 per cento della popolazione dell’Emilia-Romagna è esposto al rischio di alluvione, a fronte di una media nazionale dell’11,5 per cento. È un dato che rende evidente quanto sia urgente costruire un metodo stabile, scientificamente fondato e applicabile a tutte le aste fluviali della regione.
La vera sfida è promuovere l’integrazione del lavoro dei numerosi enti coinvolti nella difesa del suolo, superando sovrapposizioni e frammentazioni e rendendo trasparenti il coordinamento, le responsabilità e le decisioni assunte. Previsione, prevenzione, progettazione, realizzazione e controllo devono diventare parti di un unico sistema.
Solo così l’esperienza dello studio Unimore potrà trasformarsi in un metodo applicabile a tutte le aste fluviali e tradursi in una sequenza coerente di interventi. Ogni opera potrà così rappresentare un vero passo avanti verso la sicurezza del territorio, anziché una risposta parziale in attesa della prossima emergenza.