Da anni in Emilia-Romagna sentiamo ripetere che mancano le risorse per la sanità e per il welfare. Siamo sicuri che tutte le risorse dei cittadini siano usate bene? Non tutti sanno che oggi è stato approvato in Assemblea legislativa il programma di iniziative della Giunta regionale per il 2026 per favorire la partecipazione dei cittadini.
Per questo programma, nel 2026, sono stati stanziati circa 750.000 euro, in linea con gli ultimi anni. Nel bilancio preventivo appena approvato saranno 2 milioni e 400.000 euro per il futuro triennio.
Ma che fine fanno queste risorse? Sfogliando i progetti finanziati con il bando 2025 emerge un quadro perlomeno discutibile. La parte più consistente dei fondi destinati a ciascun progetto, infatti, finisce nelle tasche dei cosiddetti facilitatori, società o singoli individui esterni incaricati di facilitare il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni che le istituzioni sono chiamate a prendere. Questi soggetti sono davvero indispensabili? Quante volte, poi, favoriscono un confronto serio e non agevolano invece un dibattito di facciata, utile alle istituzioni soltanto per dimostrare di aver ascoltato i cittadini?
Trovo quantomeno curioso che ci sia bisogno di una terza parte per mettere in dialogo un Comune e i suoi cittadini; quando poi gli abitanti sono un centinaio, la stortura è inequivocabile.
Il bando partecipazione si può quindi classificare tra le imprese teatrali della Regione Emilia-Romagna: sono infatti soldi pubblici per mettere in scena tragedie e farse. Tragedie perché, quando viene finanziato un bando che coinvolga una popolazione rappresentativa e le parti sociali pertinenti, si sancisce per legge che il dialogo sociale non è il modo normale di operare degli enti della Regione Emilia-Romagna. Si dialoga solo quando vuole l’amministrazione, in un progetto prescelto, grazie alla sapiente mediazione di un esperto facilitatore che incanalerà il dialogo in rassicuranti binari.
Un esempio tra i tanti? Il Comune di Terenzo, nel 2025, ha ricevuto 15.000 euro per un progetto di partecipazione relativo alla frazione di Cassio, che ha 130 abitanti: lo scopo era organizzare incontri in cui i partecipanti possono suggerire che cosa fare della ex scuola. Di questi 15.000 euro, ben 6.500 sono stati destinati al facilitatore esterno, come esplicitato nella proposta inviata alla Regione: “Costi per le prestazioni professionali esterne: progettazione, rendicontazione, facilitazione degli incontri, coordinamento del processo e utilizzo degli strumenti digitali”. Siccome 130 abitanti effettivamente sono pochi per giustificare un tale esborso di denaro pubblico (6.500 euro!), gli autori del progetto hanno avuto la brillante idea di dichiarare che possono partecipare anche i pellegrini e i visitatori della Via Francigena, che certamente sono desiderosi di suggerire come valorizzare la ex scuola di un paesino dal quale transitano e che magari non rivedranno più in tutta la loro vita.
Appare evidente la sproporzione tra le risorse impiegate, l’oggetto del progetto di partecipazione, il risultato conseguito e il numero di persone coinvolte. In una fase così delicata per i conti regionali, questo modo di spendere denaro pubblico dovrebbe far riflettere seriamente.
Immagino che tanti cittadini emiliano-romagnoli farebbero le corse per riuscire ad avere un compenso di questo tipo per svolgere questo tipo di lavoro…
E ripeto: in ogni progetto è indicata la presenza di un facilitatore, che percepisce la fetta più importante del finanziamento della Regione. Non fanno eccezione le iniziative proposte da Comuni più popolosi, né quelle che hanno la partnership di associazioni e realtà importanti. Tutti ricorrono al facilitatore, ma perché? Cosa garantisce?
Sono tutte perle che andrebbero sgranate davanti agli occhi degli emiliano-romagnoli che, come sempre ripete chi governa la Regione, bisogna sostenere perché in tanti casi non riescono ad arrivare alla fine del mese.